Il santo d’oro e l’ultimo viaggio alchemico

TIRAGGIO DI Enrico C.

C’era una statua d’oro. Era quella di un santo che faceva miracoli.
Tutti andavano alla statua, facevano un inchino e le sfioravano la mano.

C’era la mano del santo, che come tutto il resto del corpo era ricoperta d’oro.
Si perché forse non ve l’avevo detto ma la statua non era tutta d’oro sino alla spina dorsale.

C’era chi chiedeva fortuna, chi salute, chi una benedizione o un consiglio.
C’era invece chi era soltanto curioso e si chiedeva se nella vita ciò che si fa paga o se è soltanto una questione di dover pagare per le proprie scelte.
Me lo chiesi anche io, perché c’ero io… che quella statua l’aveva concepita su carta, solo progettata ma non messa insieme.

Così feci un ultimo viaggio per andarla infine a vedere con i miei occhi.

La statua del santo era così bella e lucente che la si poteva vedere da lunghe distanze. Era così che l’avevo pensata.
Mi misi in fila anch’io, come uno tra i tanti, per sentire mentre aspettavo, le storie di tutti.
Le storie dei centoventi miracoli, le storie di chi non era ancora guarito.

Quando giunse il mio turno mi avvicinai alla statua e tesi la mano verso quella del santo, com’era d’uso fare, e mentre la sfiorai capii il senso di tutte le cose.
Era forse anche questo uno dei miracoli?

L’ultimo e dopo nessuno altro?
Perché quando sei miracolato poi tutto il resto non conta più.

Vidi il mio miracolo sulla mano del santo, che era in quel punto liscia e scura come la pece. Tutte le mani che l’avevano sfiorata avevano portato di volta in volta via un po’ d’oro, sino a lasciarla completamente nuda. Nera.
Nessuno toccava l’oro ma l’unica parte spoglia della statua.

Era stato il mio piccolo miracolo. Il centoventunesimo.
E quando me ne andai sorrisi, pensando che i miracoli non li ha mai realizzati l’oro.